[ Tempo di lettura : 8-10min ] È stato esattamente il 2013 a rappresentare la svolta per il nostro business, il cosiddetto "cambio di passo", il momento in cui il nostro brand iniziava a prendere forma in maniera più concreta. Dalla nascita di Italfrom srl nel 2010 fino a quel 2013, il nostro assetto organizzativo e strutturale era rimasto praticamente immutato. Lo stesso valeva per i numeri e, di riflesso, per la situazione economica precaria che stavamo vivendo: una condizione che iniziava a destare sempre più preoccupazioni in tutti noi, ponendoci continui interrogativi su ciò che stavamo facendo e se lo stavamo facendo nel modo giusto.
Ma, come si dice spesso, è proprio nel bel mezzo delle difficoltà che nascono le migliori opportunità, quando è la necessità stessa ad aguzzare l’ingegno. Esattamente come avvenne per noi in quello specifico anno: mentre tutto sembrava andare alla deriva, gli sforzi e il lavoro fatti fino a quel momento non erano ancora serviti a risollevarci da quella situazione precaria che stava, un poco alla volta, risucchiando tutto il nostro entusiasmo.
Fu in quello scenario, ed esattamente nel momento di maggiore necessità, che prendevano vita le recinzioni Italfrom. Così come qualche anno prima era avvenuto per la creazione del nostro logo, ricordo ancora come se fosse ieri gli istanti esatti in cui quel "flash" iniziò a gironzolare nei miei pensieri. Ero a bordo del nostro Doblò, in giro per una consegna nei paesi vicini, precisamente sulla strada che dalla contrada Malvizza va verso Castelfranco in Miscano — un comune dove all'epoca avevamo alcuni clienti dell'ingrosso di cartoleria.
Mi trovavo in compagnia del nostro primo collaboratore ma, prima di tutto, un caro amico di famiglia (oltre che un nostro parente alla lontana) che tutti in paese conoscevano come Tonino Galiano. Un signore sulla sessantina, una di quelle persone con un passato tutt'altro che facile: a causa della scomparsa prematura dei genitori, era stato costretto a crescere tra orfanotrofi e riformatori.
In quella nuova fase della sua vita, Tonino stava vivendo in un certo senso una vera e propria rinascita, che trovava le sue basi anche nella nostra Italfrom. Quando c'era più bisogno, iniziava a collaborare con noi saltuariamente: ne era entusiasta e andava profondamente fiero dell'azienda. Basti pensare che, quando realizzammo le nostre prime divise e i cappellini firmati, non li usava tutti per lavorare: una parte li conservava gelosamente puliti per indossarli nelle sue uscite private, perché nel suo piccolo voleva farci pubblicità o, come diceva lui, "la reclama".
Era un tipo di vecchio stampo e per certi versi stravagante, che un passato così duro aveva trasformato in una persona estremamente buona, sincera e solidale verso gli altri, in particolare verso i più deboli. All'epoca non navigava certo nell'oro e viveva unicamente di quel compenso saltuario che percepiva lavorando con noi; ciò nonostante, quel poco che aveva lo condivideva e lo donava a chi era ancora più in difficoltà, senza saper mai dire di no.
Galiano divenne per noi molto più di un collaboratore: era uno di famiglia, una persona di assoluta fiducia, una goccia preziosa nell'oceano in un momento storico delicatissimo per la nostra attività di famiglia. Per certi versi, insieme a nostro nonno Oto — di cui era un fedele seguace — diventò una vera e propria mascotte, uno di quei classici "tipi da film" con cui ci si divertiva persino lavorando.
Celebre era il suo motto "Piano, piano", pronunciato con un modo di parlare del tutto originale che lo contraddistingueva, mescolando accenti e dialetti di mezza Italia e parte d'Europa, regioni e aree che aveva girato in gioventù. Era una persona estremamente sveglia, ma soprattutto dotata di una grande saggezza e di una buona cultura personale, malgrado la poca scolarizzazione.
Quella sua ricorrente espressione "Piano, piano" — diventata poi un affettuoso sfottò tra noi — era però diametralmente opposta alla nostra fase operativa di allora, visto che la velocità con cui “correvamo” andava nella direzione contraria rispetto a quel “Piano, Piano” che invocava lui. Ricordo ancora quando spesso lo invitavamo da noi per la pausa pranzo: mentre noi avevamo già finito per correre di nuovo al lavoro, lui, con la sua disarmante nonchalance, doveva ancora iniziare a mangiare!
Ripercorrendo oggi quegli aneddoti mi viene da sorridere, e mi piace pensare che forse quello fosse il suo modo premuroso per invitarci a rallentare — visto che noi stessi non sapevamo farlo, non volevamo o semplicemente non potevamo, senza nemmeno renderci conto di quanto andavamo veloci (e, a ripensarci oggi, in diverse occasioni persino troppo).
Tonino — o meglio "Tony", come pi piaceva chiamarlo — portò in quel periodo delicato della nostra storia una preziosa ventata di leggerezza. Una parentesi che purtroppo durò solo qualche anno, poiché si spense a causa di una malattia proprio quando stava coronando gran parte dei suoi sogni: una nuova casa, un lavoro stabile e l'obiettivo della patente di guida, che purtroppo non fece in tempo a conseguire. Un traguardo, quello della patente, che si era prefissato anche per aiutarci più da vicino, così da effettuare in autonomia le consegne e gli scarichi nelle cartolerie e negli uffici dei paesi vicini.
Proprio come stava avvenendo in quel giorno negli ultimi mesi del 2012. Tra un aneddoto sulla vita movimentata di Tony e una risata spensierata su quelle vicende coinvolgenti e molto spesso condite da quel pizzico di fantasia in più che era uno dei suoi segni distintivi; fu esattamente in quei frangenti che la mia attenzione si posò improvvisamente su una recinzione in rete metallica che costeggiava la strada per qualche chilometro.
Da quel preciso istante, mentre Tony proseguiva nel suo racconto entusiasmante, io con la testa non ero più lì. Rimasi totalmente ipnotizzato da quell'immagine, da ciò che vi avevo intravisto e, soprattutto, da quello che quel prodotto avrebbe potuto rappresentare per noi e per il nostro business in quel particolare momento storico.

Fonte dell' immagine Album di famiglia (in Foto Tony in alcune fasi lavorative e nelle sue uscite private con abiti e cappellini firmati Italfrom)
Un'intuizione arrivata "in movimento", o per meglio dire on the road, tra un paesaggio e l'altro. Un tratto distintivo che mi accompagna ancora oggi: è proprio il movimento a farmi sentire vivo, regalandomi, più di ogni altra situazione, quella spinta creativa e quella perspicacia che da sempre mi caratterizzano. Quello del "dovermi muovere" inteso anche come “fare in fretta” è per me molto spesso un bisogno primario, perché non riesco proprio a stare fermo o a rallentare, né con il corpo né, soprattutto, con la mente. È probabilmente questo il motivo per cui amo tanto viaggiare in ogni sua sfaccettatura: che sia per lavoro o per svago, da solo o in compagnia, verso una metropoli lontana o in un piccolo paesino a pochi chilometri da casa. E, quando posso, amo farlo proprio on the road, percorrendo quelle strade poco battute per raggiungere molto spesso quelle mete più nascoste e meno conosciute, che il più delle volte risultano essere proprio quelle più autentiche.
Esattamente come accadde quel giorno, quando il lavoro mi condusse verso quel paesino li vicino a noi per quello che doveva essere un ordinario spostamento di poche ore ma che in realtà, grazie a quel "flash"si trasformò improvvisamente da un breve tragitto ordinario all'inizio di un lungo viaggio durato anni, contraddistinto proprio da quelle strade poco battute che più mi ispirano, che nel tempo ci hanno condotto verso quei traguardi e quelle mete autentiche ancora tutte da scoprire.
Non ricordo con certezza se in quel momento condivisi subito il pensiero con Tony; ricordo solo che, una volta rientrato a casa, dopo una cena consumata a gran velocità, avevo addosso un'urgenza incontrollabile di approfondire quell'idea per passare immediatamente all'azione.
Quella svolta rappresentò un vero e proprio cambio di paradigma, che richiese però mesi e mesi di ragionamenti, test sul campo e trattative estenuanti con fabbriche e produttori da Nord a Sud Italia, o meglio con quelle che ci davano credito. Le stesse realtà da cui un tempo acquistavamo adattandoci e promuovendo i loro standard qualitativi e con alcune delle quali collaboriamo ottimamente ancora oggi, ma per certi versi a ruoli invertiti: proprio per poter dare vita alle nostre Recinzioni Italfrom e ai nostri parametri qualitativi. Standard che oggi, ancora più di ieri, sono unici nel panorama internazionale, frutto di anni passati ad ascoltare e intercettare le esigenze reali dei clienti, da sempre la nostra priorità assoluta.
Le nostre recinzioni non sono state soltanto il volano per uscire dalla precarietà economica e l'elemento trainante per il salto di qualità del brand: hanno rappresentato un vero e proprio "nuovo inizio", infatti per la prima volta mettevamo piede in un territorio inesplorato, iniziando a parlare una lingua totalmente nuova: l'Outdoor che ancora oggi è quella che più di tutte contraddistingue il nostro brand.
Da quel momento abbiamo iniziato anche a guardare con più concretezza a mercati inediti, legati alla posa in opera e ai servizi in generale. Iniziavamo a interiorizzare quel concetto che sarebbe diventato la nostra parola d'ordine: diversificare, che in quella specifica fase significava passare proprio per il mercato dei servizi. Perché, come ho ricordato più volte, il nostro obiettivo è sempre stato quello di costruire un brand autentico, capace di distinguersi nettamente per non rischiare mai di confondersi.
Seguire quell'istinto in quella circostanza, mi impose una decisione sofferta ma inevitabile: sottrarre gran parte delle mie energie dal settore dell'ingrosso di cartoleria e ufficio che era quello per noi storico e per certi versi consolidato, nel quale eravamo nati e cresciuti. Come raccontato nelle precedenti pillole, fino a quel momento io in primis mi ero dedicato a riorganizzare e digitalizzare proprio quell'ambito, che pur tra le difficoltà economiche generali stava dando comunque segnali positivi grazie anche all'e-commerce. Ma niente in quel momento riusciva a contenere la mia "frenesia": sentivo la spinta viscerale ad andare fino in fondo verso un'intuizione che parlava un'altra lingua e chiedeva a tutti i costi di essere ascoltata urgentemente.
Guardando indietro, quello fu esattamente uno dei tanti "salti nel vuoto" che abbiamo dovuto compiere nella nostra storia per crescere o, spesso, semplicemente per restare a galla. Ma in quel contesto ed in quel determinato momento quel salto ebbe un sapore diverso. Eravamo agli inizi, con ancora poche certezze ma soprattutto con una precarietà economica che ormai si trascinava già da troppo tempo che non era certamente un buon auspicio: Ragion per cui quel salto in quelle circostanze fu un indubbiamente un atto coraggioso, ma a ripensarci oggi devo dire anche un bel po’ spregiudicato e ad altissimo rischio.
Fu per questo che, in quell'occasione, mi ritrovai per certi versi a compiere quel passo da solo, o comunque senza il pieno supporto di chi avevo intorno. Se di solito ogni nostra scelta veniva e viene tuttora discussa, valutata e condivisa in famiglia per darci manforte a vicenda, quella volta le cose andarono un po’ diversamente. O meglio, andarono esattamente così ma fino ad un certo punto, oserei dire oggi fino a quel confine che separa la ragionevolezza dalla spregiudicatezza che molto spesso e paradossalmente in certe circostanze e in alcuni momenti a mio parere ne diviene l’ elemento chiave.
L'impegno e la frenesia iniziati a fine 2012 richiesero mesi e mesi di lavoro silenzioso prima di trasformarsi in qualcosa di tangibile, e altrettanti mesi prima che si vedesse il minimo risultato concreto.
All'epoca, far passare "mesi e mesi" senza frutti significava rischiare di sprecare tempo e risorse che non potevamo affatto permetterci. In quell'estenuante fase di "calma apparente" — per certi versi simile a quella che aveva preceduto il lancio dei nostri primi e-commerce — la tensione era alle stelle.
Non so ancora oggi cosa mi abbia dato la forza per persistere su quella strada, quando tutto e tutti anche attorno a me in quelle fasi delicate suggerivano di lasciar perdere, dati e numeri compresi. I miei fratelli e più in particolare, nostro padre (che seguendo la gestione finanziaria in prima linea avvertiva più di chiunque altro la pressione) mi invitava — e dal suo punto di vista era del tutto comprensibile — a riprendere la strada vecchia per non aggravare un quadro già complesso considerando anche che quel mio contributo mancato in quel nostro ambito storico già si faceva sentire, aggravando così ulteriormente in quei momenti il nostro quadro economico generale.
Oggi però posso dirlo: per fortuna in quell’ occasione nemmeno i consigli di nostro padre — sempre giusti e puntuali — riuscirono a persuadermi. Andavo avanti dritto, con i paraocchi, animato da una frenesia che, pur alternandosi alla paura di fallire, era accompagnata dalla certezza viscerale di essere sulla strada giusta.
Negli ultimi step finali però quella stessa paura stava quasi per prendere il sopravvento. La sensazione di sconfitta si faceva ormai strada, il peso che portavo sulle spalle iniziava a farsi insostenibile, e anche la ragione ormai mi diceva di mollare; in quella sorta di limbo fu unicamente il puro istinto a guidarmi. Ricordo che in quei momenti mentre imperterrito persistevo su quella strada, Continuavo a chiedermi senza avere una risposta, perché quella potenzialità riuscissi a vederla soltanto io.
Poi, all'improvviso e in modo netto, a distanza di quasi un anno, fu quello che tra noi chiamiamo simpaticamente "il padrone" — ovvero Google — a darmi le risposte che cercavo. Come già accaduto anni prima, fu proprio il motore di ricerca a premiare quella visione, ma questa volta in modo ancora più eclatante. Non ci fu nemmeno bisogno di "sollecitarlo" attraverso il suo principale strumento di marketing a pagamento, meglio conosciuto come Google Ads (all'epoca Google AdWords): In quella nuova circostanza fu l'algoritmo stesso a posizionarci spontaneamente in prima pagina, nell'area organica, quella non a pagamento. La vetrina più ambita in assoluto, quella dove non sei tu a decidere di starci, ma ci arrivi solo se intercetti davvero ciò che le persone e il mercato cerca. Quella prima pagina che tanti "guru" del marketing ancora oggi promettono a fior di quattrini, ma dove in realtà a mio parere e per mia esperienza per molti versi ancora oggi non esistono formule magiche che possono garantirtela, se non l'istinto che ti permette di anticipare i trend.
Fu un vero e proprio "scacco matto": ottenemmo una visibilità enorme a costo zero, incrementando le vendite e soprattutto allo stesso tempo tutelando le nostre finanze, come si suol dire riuscimmo a prender “due piccioni con una fava”. Tutto ciò permise a tutti noi di poter fare finalmente un gran sospiro di sollievo e in particolar modo a me che in quella circostanza avevo investito tantissime energie nel crederci fino all’ ultimo : il lavoro silenzioso dietro le quinte veniva finalmente ripagato nel momento più azzeccato e di maggior bisogno.
Quel lavoro accompagnato costantemente da quella spinta interiore — che oggi ho imparato un po' meglio a conoscere e la chiamo simpaticamente la mia "frenesia del cambiamento" che rappresenta un mio tratto distintivo che delle volte prende letteralmente il sopravvento su di me, come una specie di interruttore che si accende ogni volta che mi prefiggo un obiettivo ambizioso. Più grande è il cambiamento, più forte è la frenesia che lo accompagna, spegnendosi soltanto quando la fase si conclude, o ancor meglio quando il traguardo è stato raggiunto. Come in quell'occasione quando fu Google a spegnere quell’ interruttore, spalancandoci le porte verso un periodo di crescita esponenziale.
Le Recinzioni Italfrom trascinarono l'intera azienda: nel 2013 superammo per la prima volta la soglia del milione di euro di fatturato, risanando la precarietà economica e dando vita a un’escalation di successi negli anni a venire.
Negli stessi anni nei quali lavorando chiusi in quelle stanze di appartamento nel nostro piccolo paese riuscimmo a farci notare non solo da google ma persino dalla stampa internazionale. Paradossalmente, ci conoscevano e ricevevamo feedback positivi molto più da lontano che da vicino! L'impennata di quel periodo fu infatti celebrata anche dal quotidiano britannico Financial Times, che ci inserì nella prestigiosa classifica FT1000 tra le mille aziende europee a più alta crescita percentuale di fatturato nel quadriennio 2012-2015.
Quel riconoscimento che sintetizzava nel migliore dei modi quel periodo contraddistinto da "corse" e "frenesia" quando ancora non potevamo permetterci collaboratori per farci aiutare e ragion per cui quei traguardi per noi valevano il doppio e ci davano la forza e lo stimolo per proseguire.
Di quella forza accumulata ne avremmo avuto presto bisogno. Perché se da un lato l'inizio dei successi attirava l'attenzione dei mercati e quindi ci permetteva di farci conoscere anche al di fuori dei nostri confini , un aspetto questo da sempre per noi prioritario, dall'altro però accendeva un faro potente che infastidiva particolarmente quel "nemico invisibile" (meglio descritto nelle pillole precedenti) il quale non perdeva occasione per far sentire la sua presenza, che in quel periodo divenne particolarmente ricorrente. Proprio sfruttando i nostri momenti più frenetici e di maggiore successo, trovava lo spunto migliore per palesarsi attraverso piccole azioni e bassezze un po' più evidenti, ma pur sempre contraddistinte da quel suo modo inconfondibile di mimetizzarsi in maniera subdola.
Cercava di insinuarsi e di frenarci proprio nella nostra fase migliore e di maggiore entusiasmo, quando è l'istinto ad indurti ad abbassare la guardia: esattamente in quei momenti delicati che precedevano i grandi passi.
Tutto ciò ci indusse a una fase delicata e alquanto turbolenta che a tratti sembrava placare quel trend di forte crescita che ci apprestavamo a vivere. Fortunatamente, però da tutto ciò ne riuscimmo ad uscire grazie alla nostra tenacia e soprattutto a quell'unione di squadra e di famiglia che, in ogni tappa fondamentale della nostra storia imprenditoriale, ci ha permesso di unire le forze per uscirne più forti di prima.
Considerando oltretutto che proprio a ridosso di quegli anni di vere e proprie "montagne russe", il nemico invisibile trovò un terreno ancora più fertile per agire in maniera indisturbata e più insidiosa. In quel nuovo scenario, infatti, la crescita richiedeva di aprire per la prima volta le porte dei nostri uffici all'esterno e di accogliere di conseguenza nuovi collaboratori — che nel 90% dei casi si sono rivelati, e sono tutt'oggi, la nostra risorsa più preziosa. Tuttavia però la velocità di allora e la minore esperienza ci portarono a commettere qualche piccola leggerezza, permettendo allo stesso di entrare e uscire indisturbato nella nostra attività di famiglia, fino a ritrovarcelo, in alcune fasi, paradossalmente anche come parte integrante.
Da quella distanza ravvicinata però, se da un lato la luce dei nostri successi lo rendeva ancora più ostile e insidioso, dall'altro quei traguardi furono talmente tanti e incisivi in quel periodo che quella stessa luce da così vicino divenne per lui letteralmente accecante. Disorientato e incapace di reggere a quella situazione, non gli restò altro che ritirarsi con la coda tra le gambe, tornando nel buio del suo nascondiglio.
Quelle fasi di grande successo, alternate a turbolenze e cambiamenti che vi racconteremo nelle prossime pillole di Storia di Italfrom.

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